CHI HA VINTO LE ELEZIONI MESSICANE?

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CHI HA VINTO LE ELEZIONI MESSICANE?
Contributo  e riflessioni sulla vittoria di AMLO in Messico e sul comunicato dell'Ezln
 
Andrés Manuel López Obrador, detto AMLO, dopo vani tentativi inficiati da frodi elettorali a suo danno, stavolta ha vinto le elezioni in Messico. Il fatto ha causato un'ondata di interesse anche dalle nostre parti, con articoli più asciutti e osservatori e altri che vanno dall'esaltato al possibilista: la sinistra latinoamericana rialza la testa. Come già titolano i giornali di lingua spagnola, solo l'EZLN (http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2018/07/09/convocazione-a-un-incontro-di-reti-dappoggio-al-cig-al-comparte-2018-per-la-vita-e-la-liberta-e-al-15-anniversario-dei-caracoles-zapatisti-dipingi-chioccio/) resiste e tiene le distanze dal partito-movimento Morena e dal suo fondatore neopresidente. E' peraltro noto anche in Italia il tentativo, fallito, di conseguire le numerose firme necessarie alla candidatura di Marichuy a nome del Consiglio Indigeno di Governo, sorto a partire dal Congresso Nazionale Indigeno. L'EZLN starebbe quindi all'angolo, recalcitrante e isolato da una sinistra in trionfo.
Marichuy
Il fatto che le firme per Marichuy fossero le sole percentualmente veritiere e autentiche in un consueto panorama di brogli, non cancella l'amara constatazione che il suo risultato, al di sotto delle trecentomila firme e con la conseguente esclusione della candidatura, è stato modesto rispetto all'ambizione di mobilitare i popoli indigeni messicani, che contano milioni di individui. Il tentativo, del resto, si scontrava con difficoltà logistiche che sono costate anche un grave incidente alla carovana di Marichuy, e non aveva alcuna pretesa di competere effettivamente per la presa del potere: è stato utilizzato come strumento per fare uscire i popoli indigeni dall'isolamento e dalle aggressioni cui sono sottoposti, accendendo su di essi i riflettori. Non so dire, da questo tragicomico paesino mediterraneo che è l'Italia, quanto tale risultato sia stato ottenuto, ma ritengo che non si tratti di un obiettivo misurabile sul breve periodo. Deve comunque aver pesato il posizionamento verso i partiti di molte realtà di base, specialmente cittadine, orientate verso AMLO anche in base a una tendenza di allontanamento delle proprie simpatie dall'EZLN. Frattura che risale alle elezioni del 2006, con l'Altra Campagna lanciata dalle e dagli zapatisti, che per molti messicani di centrosinistra significava "remare contro" AMLO e il PRD e in favore del PRI, ragione per la quale l'intellighenzia simpatizzante con lo zapatismo gli voltò le spalle. La frattura continua, con ricorrenti attacchi via social network alla figura del Subcomandante Galeano, chiamato ancora Marcos, senza alcun rispetto per quel maestro zapatista che rivive nel suo nome: fantoccio, attore, servo del PRI, fratello di una deputata del PRI, burattinaio o burattino, eccetera. Curiosamente, il fatto si ripete ora che esce un comunicato a firma sia di Galeano che di Moisés, come se Moisés stesso, cui fa capo la responsabilità sull'EZLN, non facesse testo perché lo stile è chiaramente quello di Galeano, che dunque starebbe parlando per sé, strumentalizzando i poveri indigeni zapatisti. Un'ennesima prova del razzismo latente in questi attacchi e dell'incomprensione delle posizioni che le zapatiste e gli zapatisti hanno ripetuto fino alla nausea, e che nuovamente vengono attribuite al solo Marcos-Galeano.
Il Subcomandante Moisés
Cerchiamo di entrare nel merito del comunicato zapatista. Cosa dice? Sotto metafora, nota un fatto strano: la squadra avversaria di Morena, il PRI, si è ritirata prima del fischio finale, e ora esulta con i vincitori. Ma non dovevano essere le bestie sconfitte? Come è possibile che nel chiasso generale siano tutti vincitori? E perché si sono affrettati a riconoscere la vittoria dell'avversario ben prima che essa fosse certa? Perché a un certo punto sono sparite le bandierine degli avversari ed è stato lasciato campo libero ai vincitori designati? Perché, aggiungiamo, le felicitazioni di Trump, noto amante dei messicani, che ha così cortesemente permesso il libero procedere della democrazia nel cortile di casa?
Ricordo un intervento del Sup Galeano in aprile, che alcuni giorni fa mi fece pensare che stavolta gli zapatisti si fossero sbagliati. "El capital va por todo, no va a permitir Lulas, por reformista o lo que sea, no lo va a permitir, ni Dilmas, ni Kirchner, ni Correas, ni Evos, ni López Obrador, ni cualquier cosa que ofrezca un respiro". E invece no: il capitale lo ha permesso, López Obrador ha vinto a furor di popolo. Ma il López Obrador immaginario, il difensore dei deboli che il capitalismo non avrebbe fatto vincere, non è il López Obrador reale che esce vincitore.
Ora, leggendo queste allusioni sotto metafora calcistica, intendo che gli zapatisti devono aver notato qualcosa che a noi, dall'Italia, sfugge. Devono aver notato, cioè, una strategia gattopardesca della cricca del PRI, che a un certo punto deve essersi detta: accontentiamo la gente che vuol cambiare, purché nulla cambi. E devono essere partiti gli abboccamenti e i giochetti che consentiranno alla vecchia guardia del PRI e del capitalismo nazionale di riciclarsi, con aggiunta quella ventata di novità e di speranza idonea a nascondere le loro complicità, connivenze, e soprattutto i loro crimini. AMLO, nel suo primo discorso rassicurante e conciliante verso il capitale che ha interesse nelle grandi opere, è sembrato affrettarsi a confermare questa lettura: in sostanza non cambierà nulla. O, come si dice nell'ultimo comunicato zapatista, chi comanda non è una squadra o l'altra, ma il padrone del pallone, dello stadio e di tutta l'impalcatura mediatica, che non perde mai. Naturalmente, il padrone non è una persona sola, ma è il grande capitalismo finanziario, speculatore e mafioso. Ecco perché, contrariamente alle previsioni di aprile, il capitalismo ha permesso la vittoria di AMLO: perché si è già cautelato affinché tutto resti al suo posto. Vittoria schiacciante, per giunta, che è molto più comoda delle vecchie frodi elettorali: perché così i nuovi governanti avranno piena legittimazione popolare in ciò che faranno. Su ciò che faranno, qualcuno si potrà anche illudere brevemente, potrà concedere il beneficio del dubbio, similmente a quanto è avvenuto in Italia prima per Renzi e poi per il governo grillino in cui comanda la Lega: non noi. Già si parla a vanvera di portare a compimento gli accordi di San Andrés per il riconoscimento di diritti e cultura indigena. La cosa appare lievemente comica: perché riesumare una trattativa di ventitré anni fa, il cui tradimento a opera del PRI di Salinas e di Zedillo segnò la fine di una fase in nome di un'altra, cioè di quella che ha portato all'autonomia zapatista? Perché riesumare vecchie foto di quando si tentò questo dialogo in un'epoca in cui il PRI era il dominatore assoluto e il PRD era pura opposizione, come ha appena fatto la morenista Rosario Piedra Ibarra pubblicando uno scatto che ritrae Marcos accanto ad AMLO (oltre che alla madre, Rosario Ibarra)?
 
Una foto più significativa: il governatore del Chiapas Velasco Coello è stato il primo a congratularsi con AMLO
Viene in mente José Carlos Mariátegui, il grande marxista peruviano che collegava la questione indigena alla questione centrale della ripartizione delle terre. Che ne è dei diritti astratti degli indigeni, del resto più riconosciuti dalla Corona spagnola del Seicento che dai nuovi stati latinoamericani, se non si intacca la proprietà latifondista e non si ridanno le terre alle popolazioni contadine indigene? Che parliamo a fare di diritti indigeni, se assicuriamo che le grandi opere continueranno a strappare terra coltivabile e sacra, fiumi, valli, montagne, suoli e sottosuoli agli abitanti del Messico più povero e a rischio di scomparsa?
Le zapatiste e gli zapatisti conoscono bene la concretezza di questi problemi storici e conoscono bene AMLO, questo è certo. La polemica è vecchia, e non è questo che deve interessarci, ma la lettura, che deve valere anche qui da noi: si è d'accordo o no che i cambiamenti veri possono venire solo dal basso? La metafora arriba/abajo è la più utilizzata dal movimento zapatista, che oggi non sta dicendo niente di nuovo. Si può essere d'accordo o no, si possono modificare i termini parlando di classi invece che di alto e basso, ma la sostanza resta quella. La differenza nella risposta divide i socialdemocratici dal pensiero rivoluzionario, c'è poco da fare. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Naturalmente, gli zapatisti sono dei rivoluzionari eretici: non cercano la presa del potere come è sacro dovere del rivoluzionario classico e dell'avanguardia del partito. In ciò, e nel loro modo di mantenere un'etica forte dinanzi alle scelte politiche, possono avere torto o ragione: la dimostrazione definitiva non c'è, dato che il famoso "mondo migliore" o "altro mondo possibile" su vasta scala sembra ancora soltanto una terra promessa, cui comunque non intendiamo rinunciare.
Di fronte a questa postura zapatista, a poter essere utilizzata in chiave filo-Morena resta la critica antimperialista del compianto Domenico Losurdo, che da una prospettiva per così dire chavista accusava tra gli altri il pensiero negriano di non saper stare con la sinistra quando questa va al potere, godendo nel restare opposizione. Non a caso, dalle nostre parti le uscite più entusiastiche sulla vittoria di AMLO si devono ai fautori del socialismo del XXIesimo secolo, di cui Losurdo era eminente esponente. Questa accusa, che tutto sommato è una ricorrente polemica contro il trotskismo, può benissimo essere rivolta contro lo zapatismo, che pure non può dirsi negriano, e contro di noi che cerchiamo di tenerci alla larga dalla sinistra partitica nostrana per costruire faticosamente le nostre esperienze dal basso. Accettiamo la critica: ma prima dimostrateci che il potere che andrete costituendo abbia qualcosa di rivoluzionario, o anche solo di veramente riformista.
Gli zapatisti non hanno cambiato alcuna idea, non c'è contraddizione in questa loro presa di posizione, che non ha niente di sorprendente: risponde picche a una mano maliziosa tesa da AMLO, come prima mostrava il dito medio al PRI di Peña Nieto, al governatore chiapaneco del PVEM e alle loro lusinghe. Eppure molti, e purtroppo anche qualche messicano che abbiamo conosciuto e ospitato in Italia, lamentano come gli zapatisti non abbiano rispetto delle masse popolari, ritenendo che sottraendosi alla morsa di AMLO le trattino da stupide. Perché tanta preoccupazione per chi non si è allineato con Morena? Ci sono decine di milioni di messicani che hanno dato il loro voto speranzoso: perché costoro non pensano a dialogare con essi, a costruire quel futuro migliore di cui si stanno riempiendo la bocca da mesi? Non conviene a tutti i sinceri democratici, per lungimiranza, che nel contesto attuale ci sia anche chi si mantiene all'opposizione in basso e a sinistra? O vogliono un Messico schierato come un sol uomo accanto al Leader (come se poi AMLO fosse Fidel, Sankara, Ho Chi Minh o chissà chi altro)? Questo eccesso di risentimento verso lo zapatismo (che continua in barba a tutti a essere quel che è), nasconde forse la sottile irritazione dell'entusiasta nel constatare che lo scettico potrebbe aver più ragione di lui: se è così, passi. Ma che si prenda per snob e nemico delle masse chi ha saputo sollevare in armi gli ultimi e ha poi costruito in pace la propria autonomia col popolo e sotto gli ordini del popolo, sembra più che ridicolo: sembra in malafede.
La risposta di Marcos alla Crociata Nazionale contro la Fame lanciata dal Chiapas
Naturalmente aver ragione non serve a nulla, se i rapporti di forza restano quelli: la polemica è sterile. Gli zapatisti, per quanto ne sappiamo, non si sono mai accontentati di aver ragione, ma costruiscono ogni giorno una sperimentazione di autogoverno e di economia alternativa. I limiti geografici di questa esperienza sono noti, ma la lezione resta intatta: il popolo comanda e il governo obbedisce. Milioni di votanti sono qualcosa di definibile come un popolo in grado di far obbedire un governo federale messicano, e di portarlo ad agire contro il malaffare, per la libertà, la democrazia e la giustizia? Abbiamo qualche esperienza nostrana in fatto di elezioni, in base alla quale concluderei che è lecito dubitarne. 
 
Daniele Di Stefano, Associazione Ya Basta! Milano
9 luglio 2018
 
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