La fine delle società democratiche in America Latina

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La fine delle società democratiche in America Latina

La fine delle società democratiche in America Latina

13 ottobre 2017 - di Roul Zibechi

Scena 1: Settimane fa in un centro culturale della località di Munro, nella zona Nord di Buenos Aires, si è presentata l’Orchestra Tipica Fernandez Fierro, una delle più conosciute bande di tango dell’attualità argentina. A un certo punto, verso la fine dello spettacolo, uno dei 13 musicisti ha preso il microfono per dire: “Vogliamo che ricompaia Santiago Maldonado”.

Metà del pubblico, di circa 500 persone, è uscita dal locale con grida e insulti contro i musicisti. “Se ne erano andati di colpo, come se fosse scattata una molla da dove stavano seduti”, ha detto uno dei membri della banda. Tra gli insulti ascoltati uno li ha lasciati perplessi: “Voi avete rotto tutto e noi dobbiamo pagare”.


Questa brutale reazione si era prodotta per aver chiesto la presentazione con vita di un giovane solidale con i mapuche fatto scomparire dalla Gendarmeria.

Scena 2: La mostra Queermuseu- Cartografias della Differenza nell’Arte Brasiliana, prevista per un intero mese nel Centro Santander Cultural a Porto Alegre, è stata cancellata dalla banca che l’aveva sponsorizzata in seguito alla tempesta di proteste ricevute dalle reti sociali. I critici accusavano la mostra artistica di blasfemia e apologia della zoofilia e della pedofilia.

Si trattava di 270 opere di 85 artisti che difendevano la diversità sessuale.  Le critiche venivano soprattutto dal Movimento Brasile Libero (MBL) che ha giocato un ruolo principale nella caduta del governo di Dilma Rousseff, convocando manifestazioni con milioni di partecipanti.

Come dice la cronaca, si tratta di un gruppo conservatore nato nel 2014 e che si è visto aumentare la sua forza con la svolta a destra della società brasiliana.

In un comunicato,  Santander ha invitato a riflettere sui compiti che dobbiamo affrontare in relazione a varie questioni come quelle di genere, diversità e violenza. Ma la minaccia del boicottaggio da parte del MBL è stato più forte di qualsiasi ragionamento.

Ci si può immaginare il livello di aggressività che stanno sopportando i settori popolari, se una banca multinazionale e una orchestra famosa sono accusati in questo modo.  A questo punto vorrei riflettere su quello che considero essere una erosione delle basi culturali e politiche della democrazia, di fronte alla brutale polarizzazione sociale che si vive nei principali paesi della regione.

Il primo punto consiste nell’osservare la profonda crepa sociale esistente, che si aggrava con il modello estrattivo e la quarta guerra mondiale in  corso. Una parte delle società ha scelto di trincerarsi nei suoi privilegi, di colore e di classe, che si riassumono nel vivere in quartieri consolidati dove non manca l’acqua e gli approvvigionamenti sono sicuri. Questo settore comprende la metà della popolazione, la quale ha accesso all’educazione e alla salute perché può pagarle, quelli che hanno un impiego mediamente ben remunerato ma soprattutto stabile, quelli che possono viaggiare anche in aereo, all’interno o fuori del proprio paese. Sono le cittadini e i cittadini che hanno diritti e sono rispettati come esseri umani.

Il secondo punto è che la democrazia elettorale ha senso solo per questo settore, anche se non sono i soli ad accedere alle urne. Possono eleggere i candidati che li rappresentano, che normalmente hanno lo stesso colore della pelle, in generale maschi bianchi), che posseggono studi universitari, sono riconosciuti e stimati dai mezzi di comunicazione che generosamente aprono loro i propri spazi.

Non è vero che non esiste democrazia in America Latina.  E’ una democrazia a misura della parte integrata della popolazione. Siamo di fronte a due società che non si riconoscono. I mezzi di comunicazione argentini sostengono che chi chiede dove si trova Santiago Maldonado ci ha dichiarato guerra. O peggio, i grandi mezzi di comunicazione, che si dicono rispettosi della democrazia, assimilano i mapuche allo Stato Islamico.

Il terzo punto è la interrelazione tra potere politico e società. Si è soliti argomentare che questa parte di destra e conservatrice della società si pone all’offensiva quando le destre sono al governo. In parte è vero, ma è vero anche che l’attivismo di questo settore è quello che ha portato le destre ai governi, soprattutto in Brasile e Argentina.

Penso che sia necessario domandarsi come abbia potuto emergere una destra capillare, tanto incapace di dialogare da strappare il tessuto sociale, dagli Stati Uniti al Sudamerica. Trump è la conseguenza, non la causa.

La causa è da ricercare nel modello estrattivo e nella quarta guerra mondiale. Quando il modello era amministrato dal progressismo, questa destra emergeva anche con maggior intransigenza, perché detesta i poveri con i quali doveva condividere gli spazi. Possiamo dire che siamo davanti a delle classi medie funzionali alla quarta guerra mondiale, disposte a schiacciare quelli in basso senza tanti complimenti.

Il quarto punto, infine, siamo noi quelli che vogliamo sconfiggere il capitalismo ma non sappiamo bene come farlo. Innanzi tutto è aver chiaro, che il sistema si sta disintegrando e una delle conseguenze è la rottura della società.

Quelli in alto e i loro mezzi si proteggono, quelli in basso non hanno posto nelle loro scuole, nei loro ospedali, nei loro mezzi di comunicazione, nelle loro urne.  Questo non vuol dire che non dobbiamo reclamare, pretendere, negoziare.

Quando reclamiamo possiamo farlo perché realmente ci aspettiamo che ci diano quello che ci spetta. O come pedagogia politica per mostrare ai nostri i limiti del sistema.  Perché ancora esiste un noi e un loro, come sempre lo ebbero chiaro gli operai industriali fino, più o meno, all’ultima terza parte del secolo passato.

Se arriviamo alla conclusione che non esiste più una società dei diritti, le nostre strategie devono adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo creare nuove strategie, con nuove regole del gioco nei nostri territori, perché le basi sociali e materiali delle democrazie sono state erose da questo modello di guerra e di esproprio.

Fonte:
http://www.jornada.unam.mx/2017/10/13/opinion/021a1pol

Tradotto da Ya Basta! Milano

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