Note sul capitalismo e lo sfruttamento delle donne nel contesto dell'economia globale.

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Note sul capitalismo e lo sfruttamento delle donne nel contesto dell'economia globale.

Silvia Federici

 

Per comprendere come oggi il capitalismo si appropria del corpo e del lavoro delle donne è necessario analizzare il contesto sociale ed  economico nel quale questa appropriazione si colloca. Ciò è avvenuto con la ristrutturazione dell'economia globale che ha cominciato negli anni 80 e che ancora continua.

Considero che il pilastro di questa ristrutturazione è stato un attacco concertato contro i mezzi fondamentali di riproduzione come la terra, la casa, il lavoro salariato, con l'obiettivo di ampliare la forza lavoro globale e ridurre drasticamente il costo della manodopera.  Sono state necessarie diverse politiche per realizzare questa nuova forma di accumulazione: l'aggiustamento strutturale, lo smantellamento dello stato sociale, la finanzializzazzione della riproduzione, che ha portato all’indebitamento di massa e alla crisi delle ipoteche, e non ultima la guerra.   Ma  in ogni caso, il risultato è stata la distruzione della nostra ricchezza comune ed è indifferente che i suoi architetti si siano moltiplicati con l'arrivo della Cina e altri "Brics", oltre che il Banco Mondiale, l'FMI e l'Organizzazione Mondiale del Commercio, come concorrenti nella festa.  Nonostante le sembianze nazionaliste la logica che motiva le nuove forme di accumulazione originaria è quella di formare una classe di lavoratori ridotta al lavoro astratto, alla pura forza lavoro, senza garanzie, senza protezioni, disponibile a essere trasferita da un luogo all'altro, impiegata soprattutto con contratti a breve termine e con salari quanto più bassi possibile. Lo smantellamento dello stato sociale (per esempio) ha effetti simili alla espropriazione delle terre perché ci priva dei mezzi basici di riproduzione come la pensione, l'assicurazione per la salute, la scuola e altri servizi sociali fondamentali. Lo stesso può dirsi della precarizzazione del lavoro e della liberalizzazione dell’economia imposta dai programmi di aggiustamento strutturale.   È importante sottolineare che queste non sembrano essere tendenze transitorie ma piuttosto la forma della produzione capitalista del futuro.  Il livello di violenza che si diffonde in tutte le parti del mondo per mezzo dell'esproprio, le prigioni e la politica della guerra permanente ci dice che viviamo in un momento storico dove le grandi compagnie capitaliste cercano di privatizzare e sottomettere tutte le ricchezze naturali del pianeta alla logica dell’accumulazione, e per questo ci cacciano dalle terre, ci obbligano a vivere in città dove possono controllarci e dove dipendiamo dal mercato per la nostra sopravivenza.

Più in generale possiamo vedere che il capitalismo può assicurare aree di prosperità solo per una popolazione limitata di lavoratori e per periodi limitati di tempo, disposti a distruggerli di nuovo (come hanno fatto negli ultimi 30 anni attraverso la globalizzazione) nel momento in cui le lotte pongono dei limiti alla sua incessante ricerca di livelli sempre più alti di profitto.

È chiaro per esempio che la limitata prosperità che i lavoratori salariati, nei paesi industriali, furono capaci di conquistare nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale non fu mai destinata a essere generalizzata essendo chiaramente il prodotto di specifiche circostanze storiche e di un scambio tra incrementi salariali e incrementi nella produttivita’ del lavoro a cui che  le lotte degli anni 60 misero fine.  Quando la rivolta si estese delle piantagioni coloniali dell’Africa, Asia e America Latina, ai ghetti, alle fabbriche, alle scuole, le cucine e persino l'esercito, la classe capitalista ricorse alla strategia che sempre ha utilizzato durante le sue crisi: la violenza, l'esproprio e l'espansione del mercato del lavoro mondiale.

Le conseguenze di questo processo stanno davanti ai nostri occhi.  Nei più di 80 paesi coinvolti la globalizzazione è stata una storia di malattie non curate, di bambini denutriti, di vite perdute e disperazione. L'impoverimento di gran parte del mondo ha raggiunto una grandezza mai vista prima ed ora interessa la popolazione di paesi che prima si consideravano relativamente ricchi (come Italia, Spagna e Grecia), incluso gli Stati Uniti dove le recenti statistiche registrano un aumento degli indici di povertà con 49 milioni di persone registrate come poveri e più del 15% della popolazione che sta sotto la linea ufficiale della povertà.

Questo è il contesto nel quale dobbiamo domandarci quali sono le forme specifiche oggi dello sfruttamento delle donne e quali sono le forme di lotta che più sono in grado di resistere all'avanzamento delle relazioni capitaliste e aprire spazi dentro i quali costruire una nuova società come lo spazio che gli Zapatisti già hanno costruito nei caracoles.

 Come nella prima fase dello sviluppo capitalista, le più direttamente coinvolte in questa politica sono state le donne, specialmente le donne con basso salario, le donne contadine e le donne di colore che nelle comunità di tutto il mondo mancano dei mezzi per riprodurre se stesse e le loro famiglie o solo possono farlo con la vendita della loro forza lavoro nel mercato del lavoro mondiale, molte volte emigrando e riproducendo altre famiglie e altri bambini in condizioni che le separano dalle loro comunità e le sottomettono a varie forme di restrizioni e di violenza.

Le donne sono le più colpite perché, come ho detto prima, il processo di globalizzazione è un attacco sistematico alle risorse che abbiamo per riprodurci ed esse sono il soggetto principale per la riproduzione della vita e della forza lavoro. Le donne sono quelle che devono compensare con il loro lavoro il taglio dei servizi riproduttivi come gli asili nido, l'assistenza degli anziani non autonomi e il taglio delle sovvenzioni alle scuole, alla salute, ai trasporti. Nelle aree rurali esse sono l'obiettivo dell'attacco del Banco Mondiale alle coltivazioni di sussistenza che permettono loro di aumentare il cibo per le proprie famiglie e essere più indipendenti dal mercato.  Esse sono anche in prima linea nella difesa delle terre comunitarie perché sono più dipendenti dalla terra, dall'acqua, dai boschi per la riproduzione delle loro comunità e spesso sono rimaste sole perché gli uomini sono emigrati.  Per questo sono aumentate le violenze dei paramilitari contro le donne.

Nelle aree urbane a seguito della precarizzazione del lavoro maschile e della crisi della famiglia che continua tuttora, oggi il capitalismo impone alle donne due lavori: il lavoro di riproduzione e il lavoro fuori di casa così che tutta la loro vita si consuma lavorando con salari molto bassi e senza benefici, in luoghi contaminati e in condizioni di grande vulnerabilità e di violenza.  Per queste la depressione e l'ansia sono malattie molto più diffuse tra le donne come anche tra i loro figli e figlie.

Al supersfruttamento del lavoro femminile in questi anni si e’ aggiunto anche un incremento del controllo statale sulla capacità riproduttiva delle donne che, a seconda dei luoghi,  del classe sociale a cui esse appartengono e delle necessità del mercato del lavoro si e’ attuato o con la criminalizzazione dell'aborto o con la sterilizzazione.

Riassumendo possiamo dire che, contrariamente a quanto affermano i rapporti ufficiali e nonostante le varie iniziative delle Nazioni Unite, dei governi e delle organizzazioni per i diritti umani, negli ultimi 40 anni le condizioni delle donne non sono migliorate.    Come abbiamo visto la causa principale di questa situazione sono le politiche del capitalismo internazionale portate avanti dalle agenzie internazionali, dai governi e dalle ONG.  Ma questi attacchi contro le donne non sarebbero tanto distruttivi se non contassero sulla complicità degli uomini, a cominciare dagli uomini delle loro famiglie e delle loro comunità.  Come in passato anche oggi le donne sono soggette a un doppio attacco. Da una parte c’e’ la politica del capitalismo che svalorizza il loro lavoro, le rende dipendenti dai maschi e le obbliga a prendere due impieghi per sopravvivere: uno dentro la famiglia e l'altro fuori di questa.  Dall’altra le donne devono confrontarsi con gli uomini che in casa controllano il loro lavoro e spesso le colpevolizzano, anche picchiandole, se non lo fanno secondo i loro desideri convertendosi così in rappresentanti dello stato e del capitale dentro la casa. Questo significa che molte volte per poter lottare per migliorare la loro vita e resistere al capitalismo le donne devono prima lottare contro padri, fratelli, mariti che, per esempio, non gli permettono di uscire di casa, andare a una riunione, a una manifestazione eccetera.   Così molte volte gli uomini sabotano le lotte delle donne, ma questo significa che sabotano la loro stessa lotta perché la violenza e l'incomprensione maschile indeboliscono la solidarietà di fronte al capitalismo.

Prospettive di Resistenza

Nonostante il machismo e l'impressionante arsenale di strategie poliziesche e misure di sorveglianza dispiegate in appoggio all’ austerità economica  e all’ esproprio da parte degli stati nazionali e degli organismi internazionale le lotte delle donne sono andate crescendo.

Due sono le direzioni in cui si sono mosse.  Da un lato la ricerca di risorse monetarie attraverso il lavoro salariato, molte volte associato all’emigrazione, e la vendita in strada, inclusa la vendita del sesso.  Può sembrare strano parlare di lotte nel caso di attività che sono fonte di tanta sofferenza. Ma e’ necessario vedere che dietro la decisione di lasciare la propria comunità e vendere il proprio corpo c'è il rifiuto di accettare l'impoverimento e la volonta’ di aiutare la propria famiglia e la comunità stessa.  Sono soprattutto le donne che svolgono questo compito.  In varie comunità emigrate negli Stati Uniti esse si uniscono con la pratica del tequio (ndr: termine usato dalle popolazioni indigene mixteche per indicare il  lavoro volontario che i componenti di una comunità fanno per realizzare opere collettive) dando così un contributo ai loro villaggi di origine, per esempio, assegnando borse di studio a studenti o raccogliendo denaro per la costruzione di campi di calcio o cliniche di salute.

Ma sempre di più a livello internazionale, anche nei paesi industrializzati, si sta diffondendo la lotta per l'appropriazione e la produzione di beni comuni, cioe’ la produzione di spazi, relazioni, e forme di riproduzione solidali, collettive e comunitarie.  Sempre più alle lotte sul salario, per migliori condizioni di lavoro e per la casa si associa l'azione diretta per costruire, a partire dal presente, forme di vita e di sostentamento che ci permettano di riprodurci  senza ricorrere a relazioni monetarie e di mercato.  In molti casi questa è una necessità di fronte alla disoccupazione o alla mancanza di denaro.  Ma è anche l'espressione del rifiuto della dipendenza dal mercato e della volontà di riappropriarsi del controllo sopra i mezzi più indispensabili per la riproduzione della nostra vita, in altre parole, e’ espressione di una volonta’ di riappropriarsi del controllo sulla nostra vita.

Sono le donne oggi che, in tutto il mondo, in Africa, nei Caraibi, in America Latina e negli Stati Uniti  diffondono la pratica degli orti urbani, appropriandosi di pezzi di terra non utilizzati per coltivare ortaggi e anche creare spazi dove potersi incontrare, dove conversare, dove costruire nuove forme di socialità.   Sono ancora le donne che creano  le "banche del tempo", dove si scambiano servizi senza scambio di denaro, e costruiscono centri di salute comunitari dove insegnano alle altre donne a conoscere il proprio corpo, a esaminarsi per capire ciò che è normale e cio’ che è indice di malattia, cosi da acquisire una maggiore autonomia nei confronti dei medici e prendere conoscenza di medicine alternative alla medicina allopata.

In nessuna parte del mondo la lotta per creare comunità capaci di riprodursi in modo sempre più autonomo e indipendente  dalla logica del mercato è tanto avanzata come in America Latina. Gli zapatisti e specialmente le donne zapatiste ne sono l'esempio più paradigmatico.  Ma anche  in altri luoghi  si sta operando una rivoluzione della vita quotidiana che trova le donne in prima linea.  Scrivo queste parole da Buenos Aires dove ho visitato la Villa 31 bis del Retiro, uno dei più antichi insediamenti, frutto di una occupazione collettiva, della città, situato nell'area del porto, dove tutto, le vie, le case, le scuole, e’ stato costruito dai suoi abitanti, con le loro mani e le loro lotte, e dove quasi tutto è autogestito.   In questo quartiere lo stato è presente quasi esclusivamente in forma di controllo poliziesco.  Sono le assemblee del vicinato che decidono cosa si deve fare, e sono le donne protagoniste di questa rivoluzione che ha anche ristrutturato il lavoro domestico in molte famiglie. Nel quartiere le donne hanno costruito molte cucine comunitarie (comedores populares)  in cui, a turno, cucinano insieme per centinaia di famiglie.  Da due anni si è costruita la Casa Delle Donne che Lottano, dove le donne di incontrano, si formano politicamente, si difendono contro la violenza maschile e la violenza delle autorità, anche con consigli legali, e si scambiano informazioni e conoscenze riguardo alla salute.   Villa 31 non è una caso isolato anche se rappresenta una situazione speciale, risultato di molti anni di lotta e resistenza.  Come ha scritto Raul Zibechi, oggi in America Latina, le società sono in movimento, in un contesto in cui lo stato e il capitale sono sempre più assenti, incapaci di garantire la riproduzione della vita, oppure sono presenti come controllo e repressione.

Non è possibile anticipare se questa crescente costruzione della vita dal basso riuscirà a sfuggire ai tentacoli del capitalismo. Ma quello che è sicuro  è che questa è la direzione per costruire una società senza lo stato e lo sfruttamento e che sono le donne nella prima linea di questa costruzione.

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