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CAROVANA IN CHIAPAS 2018/19 - Quarta parte

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CAROVANA IN CHIAPAS 2018/19 - Quarta parte
Riprendiamo il report a puntate della nostra carovana zapatista di dicembre /gennaio 2018-19
Mercoledì 19
Oggi siamo stati al carcere di San Cristobal de Las Casas “CeReSo 5 ”
Non avrei mai pensato di entrare in un carcere messicano. Invece ero lì e alle volte la realtà supera di gran lunga i film.
Fin dai primi controlli è stato come essere catapultati in una dimensione a sé con meccanismi e regole tutte sue, alle volte incomprensibili. Eravamo stati avvisati di non indossare jeans o pantaloni neri perché non ci avrebbero fatti entrare (sembrerebbe che ricordano i pantaloni delle guardie e che quindi creerebbero confusione). Abbiamo portato quindi dei ridicoli pantaloni colorati nello zaino, rossi e a zampa di elefante per me e un pigiama a righe per A. Una volta lí però ci rendiamo conto che i divieti sono molto di più: non si possono introdurre vari tipi di frutta (potrebbero fermentare ed essere trasformati in alcoolici) indossare gonne, tacchi, indumenti di colore verde, scarponi, parrucche, oggetti d tecnologica e tanto altro. 
Chiediamo di poter vedere il compagno Adrian, la direttrice del carcere era stata avvisata di questa visita quindi ci fanno entrare senza problemi.
Nel cortile una scena particolare: sembrava che guardie e alcune donne detenute stessero preparando una recita di Natale ballando e cantando.
I vari step prevedono una card numerata per ognuno, un primo timbro, i controlli in stanzini divisi per uomini e donne. Ai controlli effettivamente ci fanno mettere i pantaloni che avevamo portato e han chiuso invece un occhio sulle scarpe nere. 
Cancelli che si aprono, cancelli che si chiudono, nuovi timbri sul braccio e siamo dentro.
Siamo nell’area maschile; pensavamo di incontrare solo Adrian ed invece ad attenderci ci sono anche Juan e Alfredo. Sono felici di vederci.
Attraversiamo un cortile di cemento con uomini impegnati nelle attività più disparate: chi sta in gruppo seduto su panchine, chi prepara un caffè, chi è davanti a un fuocherello improvvisato. A un certo punto qualcosa di insolito,  dei grossi telai con fili coloratissimi che uomini maneggiano con maestranza.
È quasi surreale; sembra un piccolo villaggio in movimento con persone intente nelle proprie attività; quasi dimentichi di essere in carcere, sembra un ambiente vivo e “non male” . La sensazione di questo impatto  dura il tempo di qualche passo, si trasforma pian piano in un escalation di presa di coscienza e quando ricomponi i pezzi ed esci da lí il senso di oppressione e impotenza è tanto che quasi ti vergogni di averlo pensato .
I compagni ci portano nel loro piccolo spazio esterno, “nuestro lugar” dicono, sono dei bei tavoli di legno sul quale sono state colorate caselle per giocare a scacchi, una stella rossa e la scritta EZLN ben in vista.
Ci offrono tè e biscotti, ci accorgiamo però che loro né mangiano né bevono. Infatti sono in sciopero della fame per rivendicare la mancanza di diritti dei carcerati.
Ci presentiamo, ci ascoltano con attenzione e a seguire uno per volta loro ci raccontano le loro storie. 
Sono storie dettagliate, si soffermano tutti sulle date e sugli orari precisi degli avvenimenti che hanno portato alla loro carcerazione. Sono passati tanti anni ma è come se per loro si fosse fermato il tempo.
Non è compito nostro indagare sulla verità delle storie in sè, sull’ innocenza o meno. Quel che è certo è che sono racconti che riportano modalità e ingiustizie che qui sono all’ordine del giorno, soprattutto sulla pelle degli indigeni, facili e comodi capri espiatori a cui addossare delitti e omicidi.  Trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato spesso è determinante; due di loro ad esempio si trovavano casualmente (uno per lavoro, l’altro per cercare un curandero) in luoghi dove era scomparso qualcuno qualche tempo prima. È cosí che, all’improvviso, si sono ritrovati caricati a forza e bendati su una macchina e portati in una Casa Particular “casette delle torture” messe in atto anche da  agenti di polizia, spesso assistiti da "fiscale" (giudici di ultima categoria). 
In tutte e tre le storie i dettagli sulle torture sono agghiaccianti e le modalità assodate e reiterate; calci, schiaffi, pugni, occhi bendati, soffocamento con borse di plastica, peperoncino nel naso, cavi elettrici nelle parti intime, armi puntate alla tempia, svenimenti continui con risvegli con acqua fredda, no cibo, no acqua.
Tutto questo porta a stati di impotenza assoluta e molto spesso ci si ritrova a firmare con false promesse o senza sapere nulla dei reati che vengono loro attribuiti.
Le ingiustizie continuano in quei luoghi e con quelle persone che dovrebbero rappresentare la legge. È noto che la corruzione rappresenta un grave problema in Messico e tra giudici, avvocati corrotti, false testimonianze e addiritture minacce alla stessa controparte se non dichiara la colpevolezza dell’imputato, la speranza di uscire è spesso nulla.  Per esempio, uno dei nostri interlocutori è stato messo in carcere dal 2004 ed è ancora in attesa di una sentenza (14 anni di carcere senza alcuna sentenza!!). 
Il detenuto, una volta sentenziato e condannato a una determinata pena, dopo aver scontato il 60% della pena inflitta, può chiedere una riduzuione della stessa a condizione che gli sia riconosciuta la buona condotta e la sua partecipazione alle attvità carcerarie, ma se, come spesso accade, la pene sono comulative (omicidio insiene a estorsione, ad esempio) bisogna prima espiare completamente la prima.  Non è difficile comprendere che la disillusione e la sfiducia nei confronti della giustizia è totale.
Questo ha portato i detenuti, in alcuni casi, ad organizzarsi contro il sistema giudiziario. Adrian, Juan e Alfredo, per esempio, hannoo costituito “La Voz Indigena en Resistencia aderente a la Sexta Declaracion de la Selva Lacandona” con il proposito di “difendere i nostri diritti e ricordando lo stato di estrema emarginazione in cui si trovano i detenuti”
Alcuni detenuti si avvicinano all’organizzazione “La Voz Indigena en Resistencia” del Cereso 5 anche solo per essere sostenuti nelle problematiche di ordine quotidiano; chi invece vuole farne parte deve assumersi la responsabilità di questa scelta nei confronti proprio e degli altri compagni. Alcune piccole conquiste nel tempo sono state ottenute come ad esempio il cambio del difensore d’ufficio corrotto.
L’organizzazione dei detenuti neI Cereso 5 come di altri detenuti in altre carceri chiapaneche è sostenuta dal Grupo de Trabajo No Estamos Todos  che li visita settimanalmente e promuove le visite di compagni internazionali che rappresentano per loro anche un modo di essere in qualche modo protetti dagli abusi delle guardie carcerarie e dalla direzione che non vede di buoin occhio la loro autorganizzazione.
Ci hanno raccontato di come è scandita la loro giornata: le celle rimangono aperte tutto il giorno, solo la notte devono rientrarvi e vengono chiuse, tre volte al giorno avviene la “conta” dei detenuti, le attività che si possono fare sono diverse ma soprattutto vengono realizzati prodotti di artigianato come amache o, nel laboratorio di carpenteria, bellissimi mobili e oggetti in legno.  I prodotti finiti vengono venduti all’esterno e rappresentano il sostentamento di gran parte dei detenuti. 
Qualcuno lavora invece all’interno dei servizi carcerari come ad esempio in cucina e riceve una paga di 20 pesos al giorno.
Spesso la qualità del cibo  distribuito è scadente ed i detenuti hanno il permesso, con piccoli fornelli elettrici, di poter cucinare rifornendosi nei piccoli negozietti all’interno.
I giorni di visita sono il martedí, il giovedí e la domenica. Esiste anche la possibilità di incontri coniugali in una apposita stanza adibita a questo scopo e ci si puo’ fernare lí dal Sabato fino al Lunedí mattina presto.
Ci dicono che ci sono pochi “mestizos” o “güeros”  (bianchi) e quei pochi godono di maggiori privilegi; alle loro mogli ad esempio è permesso entrare indossando la gonna o portando frutta, concessioni negate alle famiglie indigene.
Ci raccontano di dinamiche interne di potere ma non vogliono soffermarsi su questo aspetto.
Passano cosi piú di quattro ore, quelle storie rimbombano nelle nostre menti, capiamo peró che per loro è importante condividerle e farle sapere, è una delle poche cose che possono fare.
Fino a quel momento siamo stati negli spazi esterni delimitati da grandi mura intorno a noi, ci hanno poi peró accompagnati negli spazi comuni interni e nelle celle tra gli sguardi curiosi degli altri detenuti.
Il carcere è diviso in “navi” costituite da un grande campo da basket centrale (ai cui bordi in molti stavano tessendo sui grandi telai le amache), a dividere il campo dalle celle una enorme inferriata e dei minuscoli corridoi con fornelli e sedie improvvisate.
Descrivere la cella non è facile; in uno spazio minuscolo sono stati ricavati 11 spazi per dormire, quando necessario qualcuno dorme per terra in un’intercapedine piccolissima tra il pavimento e la base del letto sopra, il bagno è giusto la spazio del wc e in un’altra intercapedine vengono accatastati piatti, bicchieri e posate; per ricavarsi spazi personali ridotti all’osso vengono messi dei pannelli di legno che delimitano il proprio spazio letto. 
E’ giunta l’ora di andare per noi, ci accompagnano fino al cancello che per loro rappresenta la divisione tra “dentro” e “fuori”, ci abbracciamo, parliamo delle modalità per restare in contatto attraverso la rete di appoggio tenuta dal Gruppo No Estamos Todos e ci attardiamo un po’ con i saluti, non è facile.                                                                         
La guardia apre il cancello. Noi frastornati lo superiamo, ancora tutti gli step al contrario per uscire, porte che si aprono e che si chiudono dietro di noi , revisione accurata negli stanzini. E siamo fuori.

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